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Il Trattato di Versailles visto da Action Française et l'Humanité


Abbiamo scelto di riunire qui due serie di articoli che vanno da sabato 28 giugno 1919 a venerdì 4 luglio 1919, da due quotidiani con linee editoriali contrapposte: ilAzione francesee ilUmanità. In effetti, ci è sembrato interessante confrontare questi due giornali radicalmente diversi per la loro storia e per la loro linea editoriale in un contesto molto particolare. A prima vista, ci aspettiamo che l'argomento che ci interessa qui divida opinioni e analisi. Ma ciò che sorprende a prima vista è questo sentimento di amarezza che accomuna le due pubblicazioni. Ovviamente le interpretazioni ei fili conduttori non sono gli stessi, ed è ciò che cercheremo di evidenziare in questa analisi comparativa.

La scelta delle date che abbiamo fatto non è casuale. Sembrava infatti interessante partire dall'edizione del 28 giugno 1919 per i due quotidiani in quanto, lo stesso giorno, avvenne la firma del Trattato di Versailles. I due articoli odierni definiscono subito le aspettative che, successivamente, si svilupperanno nell'insieme della settimana successiva. Tutto questo per evidenziare il prima, durante e dopo la firma e identificare in anticipo i pregiudizi. La data del 29 novembre 1919 è - per i nostri due quotidiani - il vero giorno in cui i giornalisti "accusano lo shock" e consegnano in fretta le loro analisi che saranno poi affinate. È questa edizione che sarà oggetto di approfondimento nell'ultima parte del dossier. Infine, la Grande Guerra è finita, i trattati di pace firmati, la censura politica non cesserà veramente fino a quando lo stato d'assedio non sarà revocato il 12 ottobre 1919. Tutto ciò ci ha permesso di stabilire le nostre scelte per entrambi i quotidiani. (Action Française et L'Humanité) dell'evento da analizzare (il Trattato di Versailles) e del periodo preciso (dal 28 giugno al 4 luglio 1919) relativo all'evento.

Action Française, organo del nazionalismo integrale

La storia di Action Française è movimentata, intervallata da scandali, condanna episcopale (1926) prima di scomparire nel 1945. Nata il 10 luglio 1899 come semplice bollettino bimestrale a copertura grigia, Action Française diventerà tra pochi anni un organo particolarmente apprezzato dalle classi nazionaliste, monarchiche e medie. Fondato da Henri Vaugeois e Maurice Pujo, il giornale acquisì gradualmente importanza quando Charles Maurras si unì ai suoi ranghi, prima come semplice editorialista e poi come membro a pieno titolo del giornale. Nel 1907, il bimestrale fu trasformato in un quotidiano quando Maurras lanciò il sistema di abbonamento.

Con le piume di Charles Maurras, Léon Daudet o Jacques Bainville, Action Française amplia il suo pubblico di lettori riunendo un pubblico della nobiltà provinciale, dell'esercito, del clero o della magistratura. L'eclettismo delle sue sezioni letterarie attira anche un pubblico di borghesi istruiti. Il preteso antisemitismo è una delle caratteristiche del giornale, così come il suo realismo mostrato, con Charles Maurras come portabandiera. Va anche ricordato che il giornale ha una certa notorietà nelle università e presso i giovani lettori del Quartiere Latino.

Nonostante le difficoltà finanziarie, il quotidiano è sempre riuscito a rimanere indipendente dallo Stato lanciando appelli per le donazioni. La sua diffusione rimane limitata, superando raramente la soglia dei 100.000. Action Française sa sfruttare le tensioni sociali e politiche per aumentare le proprie vendite. Durante l'occupazione, l'Action Française, a lungo divisa tra il suo antisemitismo e il suo antinazismo, si schiera dietro a Pétain mentre cerca di prendere le distanze da Vichy per evitare la censura. Successivamente, il giornale continuò le sue invettive contro i gollisti, i comunisti e gli ebrei, che ne causarono la scomparsa al tempo della Liberazione.

L'Humanité, il giornale socialista

Se c'è un uomo associato al quotidiano l'Humanité, è ovviamente Jean Jaurès. In effetti, dalla fine del XIX secolo, il politico aveva sviluppato l'abitudine di parlare nel quotidiano socialista La Petite République. Tuttavia, il dubbio finanziamento del giornale ha spinto Jaurès a decidere di fondare il proprio quotidiano. Questo è quello che ha fatto con l'aiuto di diversi intellettuali. Nel 1904 andò a trovare il famoso bibliotecario di rue d'Ulm, Lucien Herr, il politico Léon Blum e Lucien Lévy-Bruhl. Insieme hanno raccolto i fondi necessari e hanno dato vita all'umanità.

Tra i primi collaboratori si segnala la presenza di piume prestigiose come Jules Renard, Anatole France o Octave Mirabeau. Il primo numero risale al 18 aprile 1904 ed è stampato in quasi 140.000 copie. Il giornale si presenta come il giornale dei lavoratori scritto da intellettuali. Ma le vendite sono rapidamente crollate con solo 12.000 copie poche settimane dopo.

Nel 1918, il capo della redazione passò a Marcel Cachin. Ma dal 1919, il giornale conobbe una rinascita dando la parola a nuove reclute come Léon Werth, Jules Romains o Georges Duhamel. Il contenuto culturale viene rafforzato e il giornale riceve numerose petizioni da intellettuali. Dopo il Congresso di Tours nel dicembre 1920, l'Humanité si schiera con il campo bolscevico. Negli anni '30, il giornale si avvicinò al Partito Comunista e ne divenne l'organo centrale. Nella sua storia l'Umanità ha sempre accolto piume prestigiose al servizio di una lotta politica.

Il Trattato di Versailles (28 giugno 1919) e la sua percezione

La prima guerra mondiale lascia l'Europa in uno stato irriconoscibile. Le conseguenze più evidenti sono le trasformazioni territoriali. Fu in questo quadro che la Conferenza di pace si aprì a Parigi nel gennaio 1919. Vi erano rappresentati ventisette paesi. Con l'obiettivo di migliorare gli scambi si è formato il "gruppo dei Dieci", poi il - più ristretto - dei Quattro: Stati Uniti, Francia, Inghilterra e Italia. Questi quattro paesi sono rappresentati rispettivamente dal presidente Wilson, dal presidente del Consiglio francese Georges Clemenceau, dal primo ministro britannico Lloyd George e dal presidente del Consiglio italiano Orlando. Il Trattato di Versailles è l'evento più significativo di questi negoziati, ma non è stato l'unico trattato firmato tra i diversi attori. Comunque sia, questa serie di trattati sancisce la sconfitta dei grandi imperi.

Un breve richiamo alle perdite umane e il bilancio economico ci permettono di renderci conto in quale contesto è stato firmato il Trattato di Versailles. È stata la prima guerra nella storia che ha mobilitato un numero così elevato di combattenti, quasi 65,4 milioni. Alla fine ci saranno quasi 8,6 milioni di morti, 20,5 milioni di feriti e 7,8 milioni di prigionieri. Questi pochi dati mostrano fino a che punto l'emorragia fosse forte e soprattutto rivelano il vero trauma in cui è immersa la popolazione. Da un punto di vista economico, la mobilitazione è stata generale. In sintesi, il costo della guerra è stato stimato a 7-9 volte il PNL annuale di tutti i paesi sviluppati, o circa 3 volte il PNL globale. Tuttavia, non dobbiamo dimenticare che alcune persone hanno potuto trarre profitti a volte colossali, quelli che chiameremo “profittatori di guerra”. L'iperflazione tedesca o il Piano Marshall del 1917 avranno conseguenze reali per il futuro [1].

Per concludere questa parte, è necessario evocare il contesto intellettuale in cui è inscritto il Trattato di Versailles. Dall'inizio del 1919, la Revue Universitaire traccia un quadro cupo: oltre 6.000 insegnanti, 460 insegnanti di scuola secondaria e 260 insegnanti di istruzione superiore sono morti in prima linea. In effetti, i numeri sembrano ancora più alti. Ma all'indomani della Grande Guerra, l'ambiente intellettuale ha offerto un paesaggio complesso con aspetti a volte contraddittori. Grandi personaggi come Maurice Barrès o Anatole France ne sono un esempio. Nel Quartiere Latino, l'Action Française de Maurras regna sovrana. La sua presenza nelle scuole influenza una parte della gioventù attenta al discorso di Maurras, come il giovane Robert Brasillach al liceo di Sens. Così, all'indomani della guerra, mentre il Trattato di Versailles consacra la vittoria degli Alleati, la Sacra Unione sembra essere già stata ratificata. Ogni organo di stampa vuole attirare un pubblico in continua crescita che ha acquisito le idee di un Maurras pour l'Action Française o di un Cachin pour l'Humanité.

La settimana d'azione francese

Dal 28 giugno 1919 al 4 luglio 1919, Action Française non ha mancato di attaccare - a volte con violenza - il contenuto del Trattato di Versailles, le sue conseguenze e i suoi attori. Le punte di diamante di questa indignazione sono Charles Maurras con il suo editoriale quotidiano dal titolo "Politica", Léon Daudet ei suoi voli lirici in articoli acidi e lo stesso nazionalista Maurice Pujo. Come vedremo, questo trio di intellettuali interpreta in modo molto particolare il contenuto del Trattato di Versailles e le sue conseguenze. Durante questa settimana ricca di eventi, vengono espresse tutte le ideologie che compongono L'Action Française. Difesa del realismo, atto d'accusa della Repubblica, accuse violente contro i socialisti, nazionalismo esacerbato o addirittura antisemitismo latente, tutti criteri qui espressi. Non dobbiamo però ridurre L'Action Française alle sue scappatelle e ai suoi sfoghi, ciò significherebbe negare tutte le analisi di chi vi scrive. Dal 28 giugno al 4 luglio 1919, il Trattato di Versailles è il tema principale quotidiano. Ciascuno degli editoriali è dedicato a lui in One. Da questa serie di articoli, tre osservazioni sono fatte dalla banda di Charles Maurras. In primo luogo, vedremo come L'Action Française sottolinea la mancanza di garanzie contenute nel Trattato. Poi vedremo come i giornalisti quotidiani vedono “il nemico tedesco” ancora più potente che mai, il che di fatto rivela l'inefficacia del Trattato. Infine, vedremo le violente accuse mosse da L'Action Française contro coloro che si qualificano come “traditori della Nazione”.

Mancanza di garanzie e promesse non mantenute

Dobbiamo soprattutto capire lo stato d'animo in cui si trovano molti francesi al momento della firma del Trattato e, di fatto, quali sono le speranze che vi ripongono. Jacques Bainville, ne L'Action Française del 28 giugno 1919, rievoca il ricordo del 1870 e la sensazione di aver trascorso la sua infanzia "in mezzo alle evocazioni del 1870". Da allora in poi, Bainville continua la sua storia dove immagina di nuovo l'intronizzazione di Guglielmo I "al suono delle acclamazioni dei soldati con gli elmi a spillo" nel 1871. Questa passata umiliazione deve essere spazzata via. Per fare questo, l'autore continua a fare del Trattato di Versailles una "cerimonia di purificazione". Comprendiamo quindi che l'attesa è grande e che le speranze riposte nel Trattato di Versailles devono essere basate su solide garanzie affinché il passato non si ripeta.

Così, per una settimana, L'Action Française non smetterà di denunciare la mancanza di garanzie contenute nel Trattato di Versailles, accusata di aver "[ficcato i francesi] fino al collo di verbosità ufficiale e logomachia oratoria" ( 30 giugno 1919). Dal 28 giugno si esprimono i timori. È quindi naturale che, dopo la firma del Trattato, l'editoriale di Maurras non manchi di criticare gli accordi di pace e di mostrare l'inadeguatezza del risarcimento concesso alla Francia. Se il Trattato è inefficace, è perché il regime democratico è "morbido". Maurras non esita quindi a concludere il suo articolo del 29 giugno citando Mazzini che - sull'unità italiana - ha scritto “e se deve essere regale, regale! ".

La debolezza delle garanzie viene denunciata per tutta la settimana. Il 30 giugno si dovranno ottenere solide garanzie in nome di “milioni di cadaveri”. Questo sentimento di essere stato danneggiato, Maurras lo fissa nel tempo richiamando esempi storici come quello della Rivoluzione francese che diventa l'archetipo delle promesse che falliscono per mancanza di impegni affidabili. Tuttavia, L'Action Française può denunciare le carenze degli articoli del Trattato, solo raramente sostiene le sue scappatelle. La mancanza di garanzie così denunciata da Maurras fa parte di un sistema che al tempo stesso rivela un profondo senso di insicurezza e shock, ma che diventa anche un'opportunità per radunare chi ha subito un torto, in particolare gli ex combattenti. Maurras non manca di sottolineare che, per ovviare a questa mancanza di garanzie, i militari devono almeno ricevere "ricompense materiali maggiori" (29 giugno 1919) dopo aver subito un lavaggio del cervello e aver difeso un "duro a morire" assoluto. Tutto ciò successivamente serve a dimostrare che, se le mancanze sono così grandi, è perché la Francia è piena di “traditori”. Il verme è nella mela.

Nemici dentro

Per tutta la settimana successiva alla firma del Trattato di Versailles, L'Action Française redasse un inventario di coloro che dovevano rendere inefficace il Trattato, che poi appariva "senza misura con i danni causati" (1 luglio 1919). Il primo ostacolo all'istituzione di un Trattato “equo” è, secondo Maurras, il regime democratico e la stessa Repubblica con i suoi politici. Già il 28 giugno 1919 Maurras commentò un "Courrier Des Lecteur" di cui possiamo mettere in dubbio la veridicità. Le parole riportate rivelano abbastanza gli obiettivi presi di mira dal quotidiano. Così, un lettore loda L'Action Française che "[prende] poco a poco, con tenacia, il sudicio fango in cui un pugno di miserabili aveva rotolato la Francia". Il nemico viene anche dall'interno, sempre pronto a servire interessi che danneggiano la Nazione. Il regime democratico conduce una politica di "morbidezza" (29 giugno 1919) che si riflette nel Trattato di Versailles. Seguendo questo ragionamento, Maurras difende la monarchia e si rammarica dell'Ancien Régime, che diventa garanzia di stabilità quando scrive che “[se] il progresso è in aumento, come spiegare le vistose e pericolose imperfezioni dell'attuale ripresa? »(1 luglio 1919). Il Trattato di Versailles è ancora una volta messo in parallelo con la Rivoluzione quando possiamo leggere "[che] sono passati 130 anni da quando abbiamo dichiarato la pace al mondo, e un quarto di secolo dopo un quarto di secolo, massacri sempre più sanguinari ”(2 luglio 1919).

Dopo aver attaccato il regime politico stesso e la storia della sua istituzione, L'Action Française prende di mira sempre più i suoi attacchi, che indirizza verso coloro che considera i principali colpevoli della carenza del Trattato di Versailles, i socialisti. Dal 28 giugno 1919 gli “ignobili socialisti” furono accusati di essere al servizio della Germania e, quindi, di nuocere all'instaurazione di una solida pace garantendo un risarcimento commisurato al danno. Inoltre, i socialisti sono accusati di essere troppo gentili con la Germania. Così nello stesso “Courrier Des Lecteur”, diversi acclamano la “grande pulizia” in cui sono impegnati Maurras, Daudet e Pujo. Queste accuse contro una precisa frangia del panorama politico sono rese più precise nell'edizione del 3 luglio 1919. L'Action Française non manca quindi di esultare citando "i socialisti esclusi o dimessi dalla Commissione per la pace". I leader socialisti vengono designati come "traditori (...) del loro dovere verso il Paese e la nazione, per grande lealtà al Partito". In altre parole, i socialisti servirebbero gli interessi del loro partito prima di servire quelli della Francia.

Infine, per porre fine a questa parte sui nemici e sugli ostacoli interni al successo dell'istituzione di un Trattato Giusto, L'Action Française non manca di prendere di mira altri obiettivi che riflettono l'ideologia del giornale. Se questo Trattato è così inefficace è perché sono all'opera accordi oscuri tra certi gruppi o comunità. Pertanto, il 3 luglio è stato pubblicato un estratto del trattato con l'obiettivo di dimostrare che si basava principalmente su accordi diplomatici e accordi speciali. L'edizione del 29 luglio è la più rivelatrice al riguardo. In effetti, se il fallimento è evidente, è a causa di "[gli] ebrei e [i] socialdemocratici, [della] finanza e [dell'alta industria [tedesca]". Vediamo come si crea un amalgama tra una comunità, un partito e la finanza. Queste “reti” difettose sono anche quelle della Massoneria o dei pacifisti. In breve, il verme è dentro. Finché non ci sarà "la grande purificazione" (28 giugno 1919), sarà impossibile ripristinare il paese.

Germania: ancora potente

Per L'Action Française, il fallimento del Trattato di Versailles è particolarmente visibile in Germania perché il paese nemico è ancora potente o, se non lo è immediatamente, ha la capacità di diventarlo rapidamente di nuovo. Ciò è stato espresso già il 29 giugno 1919, il giorno dopo la firma. Così Müller e Bell - i due rappresentanti della delegazione tedesca - vengono presentati come "condannati invitati a comparire davanti al tribunale delle nazioni come paria". Ma accettando di firmare un simile trattato, Müller e Bell "salvarono l'Impero tedesco". Pertanto, la natura umiliante del Trattato contribuisce all'unità della Germania. In questa prospettiva, Bainville immagina un discorso in cui Bismarck rivolgendosi ai vincitori dimostrerebbe che "l'esperienza del sangue versato e del dolore non te l'ha insegnato". La Germania è certamente umiliata dalla forma che può aver preso la cerimonia di Versailles, ma ne esce vendetta e capace di ripetere i colpi dei termini contenuti nel Trattato.

Per il resto della settimana, L'Action Française si impegna a dimostrare che la Germania ha le possibilità di riprendersi dalla sconfitta e non esiterà a rispondere non appena avrà i mezzi. Questo viene formulato il 30 giugno 1919 quando Maurras giudica il "risarcimento irrisorio [e] i ritardi nel pagamento (...) interminabili". Il giorno successivo, il 1 ° luglio, fu compiuto un nuovo passo quando nel suo editoriale Maurras temeva che la Germania potesse "fare una guerra peggiore del 1914 in futuro". Queste osservazioni sono più supportate quando il giornalista continua a descrivere i tedeschi come "selvaggi e bruti [dove] era necessario [essere] sette o otto contro uno [per arrivare] a un testo di pace [dove] nessuno dei due né il potere militare né il potere politico del nemico continentale hanno ricevuto il colpo decisivo ”. Il giorno successivo, 2 luglio 1919, L'Action Française riportò una voce "dalle fonti più attendibili" secondo cui la Germania avrebbe chiuso temporaneamente le sue università per "dare addestramento militare agli studenti". Così, nei pochi giorni che seguono la firma, i timori sono ancora alti.

Per concludere questa panoramica, che sintetizza in pochi punti i timori di L'Action Française dopo la firma del Trattato sul potere tedesco, va citato l'aspetto economico. Il 29 giugno 1919 Maurras si affretta a scrivere che l'Impero tedesco è ancora potente e che “l'unità tedesca è ancora saldamente stabilita dalla (...) sua finanza e dalla sua alta industria”. Possiamo ancora leggere qui dietro le righe, evidenziando l'inefficacia del Trattato rispetto ai vincoli finanziari e industriali imposti alla Germania. Il 2 luglio 1919 L'Action Française riporta le parole di un corrispondente di ritorno dalla Germania che dipinge un ritratto edificante - per la Francia - della situazione nel paese nemico. Quest'ultimo è indignato chiedendosi "come fa ad ammettere che c'è ancora una crisi della carta in Francia quando la Germania ha queste strutture!" ". Così, il corrispondente segnala un quotidiano tedesco in cui gli annunci commerciali sono molto attivi, il che per lui indica una sana situazione finanziaria. Alla fine, L'Action Française ha dipinto un quadro molto oscuro il giorno dopo la firma del Trattato e nei giorni successivi. Vedremo ora cosa succede concentrandoci sulla settimana di un altro quotidiano, L'Humanité.

Settimana dell'umanità

Dal 28 giugno 1919 al 4 luglio 1919, L'Humanité fornisce un'analisi sfumata delle conseguenze della firma del Trattato di Versailles. In effetti, il quotidiano socialista è fermamente contrario al contenuto del Trattato che ha ripercussioni dannose per tutta una serie di gruppi e individui. Tra questi "feriti", il quotidiano mette in primo piano il popolo tedesco per il quale il Trattato è ingiusto e crudele. Inoltre, il Trattato trascura - secondo L'Humanité - tutti coloro che hanno partecipato da lontano al conflitto, in particolare le colonie dei paesi belligeranti. L'intero argomento del giornale mira a mettere in primo piano il partito socialista, presentato poi come l'unico esito possibile capace di imporre la pace e creare un'unione internazionale del proletariato. Vedremo come il giornale difende gli interessi di tutti questi popoli feriti e come L'Humanité dà voce al popolo tedesco, umiliato e in ricostruzione. Queste prime due parti serviranno da base per la terza e ultima parte dedicata alla difesa del Partito socialista, in grado di fornire una soluzione e rimediare alle carenze del Trattato di Versailles.

I dimenticati: la strategia del conteggio

Dal 28 giugno 1919 L'Humanité condusse un'accusa contro le decisioni che dovevano essere approvate al momento della firma del Trattato di Versailles. È dalla parte di coloro che il quotidiano considera feriti che si collocheranno i giornalisti de L'Humanité. L'intero ideologo della vita quotidiana è alimentato dall'idea che il Trattato di Versailles "garantisce la completa egemonia del capitalismo anglosassone (...), elimina la concorrenza più formidabile (...) [e] grazie a il possesso di tutte le materie prime, grazie al loro colossale impero coloniale, i cittadini anglofoni dominano a quest'ora l'intero universo ”(29 giugno 1919). Così, se il Trattato di Versailles pose fine al conflitto "franco-tedesco", aumentò solo il dominio delle potenze occidentali sul resto del mondo. Questa pace non è quindi universale. Inoltre, e nella stessa prospettiva, "il trattato che gli uomini della borghesia internazionale hanno appena firmato solennemente non è accettato da nessuno dei proletariati del mondo (...). I popoli erano assenti dalla sontuosa cerimonia della Sala degli Specchi ”(29 giugno 1919). Il Trattato è quindi lontano dal raggiungere l'unanimità tra l'umanità.

Il caso tunisino diventa per L'Humanité il simbolo di questo trionfo del capitalismo sulle colonie. Così, in un articolo del 28 giugno 1919 intitolato "La Tunisia e la Conferenza di Versailles", il giornale mostra come "i piccoli popoli che combattevano nelle file nemiche" furono discriminati, in particolare le "nazioni musulmane". Questo disprezzo per questi “piccoli popoli”, L'Humanité attribuisce “ai nostri pii cattolici e ai nostri rigidi protestanti”. Nello stesso articolo, il giornale identifica il mandato imposto a questi popoli con l'annessione e la schiavitù al servizio delle potenze occidentali. La Tunisia viene quindi presentata come "un paese infelice, vergognosamente sfruttato dal capitalismo francese". Il risarcimento richiesto dal protettorato ha attirato “i lupi [che] hanno mostrato i denti”. Infine, la pietra viene lanciata contro il "Programma Flandin" che mira - secondo il quotidiano - a fare della Tunisia "la Francia d'oltremare".

Oltre al caso tunisino, il quotidiano non manca di citare tutti coloro che il Trattato di Versailles dimentica o, peggio ancora, quelli di cui si fa di tutto per accaparrarsi la ricchezza e le materie prime. Così, durante tutta la settimana, diversi articoli sono interamente dedicati a questo o quel paese che, alla fine, si trova indebolito da questo Trattato profondamente ingiusto. Il 2 luglio 1919 L'Humanité esamina il caso della Turchia e mostra come fosse organizzato il suo "conteggio". La rivista intende quindi dare a questo Trattato di Versailles un'eco internazionale e mostrare che le sue conseguenze sono universalmente dannose per i popoli e le nazioni dominati. Questo per dimostrare che "la guerra non è finita, [che] la stiamo continuando contro la rivoluzione russa, contro la rivoluzione ungherese [e che] con i nostri soldi i governanti aiutano a rovesciare le due repubbliche operaie che "sforzatevi di vivere senza minacciare nessuna nazione" (29 giugno 1919). Dopo essersi schierato con gli oppressi, L'Humanité è più particolarmente interessato al caso della Germania e alle sue relazioni con la Francia, come vedremo ora.

Il caso tedesco

Il Trattato di Versailles in quanto tale occupa veramente la prima pagina del giornale solo una volta, il 28 giugno 1919. L'articolo in questione descrive semplicemente ciò che accadrà durante quel giorno descrivendo il protocollo e il protagonisti. Durante la settimana, le informazioni sul Trattato di Versailles sono sparse in vari articoli. Ognuno mira a mostrare come la Germania sopporti il ​​peso delle decisioni del giorno del 28 giugno. È una Germania che accusa il colpo, profondamente sconvolta, che l'Umanità cerca di ritrarre. Così, ogni giorno, un articolo è dedicato ai "Problemi in Germania". Una sorta di telenovela tedesca prende forma a poco a poco nel corso dei giorni. Vengono effettuati aggiornamenti regolari su scioperi, manifestazioni e richieste tedesche. Tutto questo sullo sfondo di una critica all'uomo forte che ha guidato i negoziati, Georges Clemenceau. Così, nell'articolo del 29 giugno 1919, Marcel Cachin era indignato quando scrisse che “M. Clemenceau non ha mai pensato che questa guerra fosse l'ultima; ai suoi occhi l'umanità è eternamente condannata ai conflitti tra le nazioni ”. Marcel Cachin prosegue il suo editoriale precisando che "quindi, la pace da fare per un uomo simile non può che essere logicamente ispirata all'idea di distruzione dell'avversario".

Dopo aver fortemente criticato quello che L'Humanité considera essere il posizionamento di Clemenceau, il giornale assume la visione opposta di questo falco falco per rinnovare i legami di pace con la Germania. In questa prospettiva, nel suo articolo del 30 giugno 1919, L'Humanité accoglie con favore la revoca delle restrizioni imposte alla stampa e la ripresa del servizio telegrafico tra Francia e Germania. Il giornale accoglie persino con favore il ritorno al servizio dei "piccioni viaggiatori" per facilitare le comunicazioni franco-tedesche. L'Humanité riporta le parole di un corrispondente del Daily Chronicle che partecipò alla cerimonia del 18 gennaio 1871, fiducioso di "aver potuto meditare sinceramente l'altro ieri [28 giugno 1919] sulla filosofia delle cose e di aver avuto la sensazione esattamente ciò che separa la grandezza e la decadenza del potere umano ”. Quindi, è un profondo desiderio di pace che anima l'anima della vita quotidiana.

L'Humanité ha realizzato il suo desiderio di pacificare le relazioni franco-tedesche interessandosi alla situazione tedesca. Così, in un articolo del 1 luglio 1919, si tratta degli effetti del Trattato in Germania. Per fare questo, L'Humanité decide di fare riferimento direttamente ai giornali tedeschi per illustrare adeguatamente la situazione interna mentre si riallaccia ai tedeschi. Quindi, vediamo in che modo "gli estremisti sono alla vigilia di tentare una nuova mano nella capitale". Il proletariato tedesco viene quindi descritto come una vittima che "soffre di privazioni". Inoltre, la Germania è scossa da "scioperi e disordini". Il 3 luglio 1919, un nuovo articolo esprime i desideri espressi dal quotidiano socialista, "vale a dire, [che] la rivoluzione tedesca (...) è molto più importante per il futuro del mondo del Trattato di Versailles". Infatti, “la Germania di oggi è profondamente diversa dalla Germania di ieri [e] anche se domani ricompare la reazione (...) la Germania di ieri non ricomparirebbe (.. .) a causa della rivoluzione che ha fatto ”. Voglia di pace, profondo ottimismo, questo è lo stato d'animo del giornale. In questa prospettiva, L'Humanité mette in primo piano il Partito socialista come unico attore possibile in questa riunificazione.

Il Partito socialista come ricorso per la pace

Dopo aver descritto una situazione da un punto di vista globale e poi più in dettaglio concentrandosi sulla Germania, L'Humanité - quotidiano socialista non dimentichiamolo - vede un solo possibile rimedio per ristabilire l'ordine in questo ha devastato l'Europa dopo la prima guerra mondiale. È quindi naturalmente il Partito socialista che si dimostra capace di ricreare il legame tra i popoli. In questa prospettiva, il quotidiano indica i colpevoli di questa disunione internazionale. Così "per il potere illimitato delle loro finanze e delle loro flotte (...) i cittadini di lingua inglese dominano a quest'ora l'intero universo (...) il dominio del mondo [spetta al Foreign Office] oggi, et l'impérialisme germanique qui tenta de la lui disputer est à terre pour toujours » (29 juin 1919). Ainsi, face à cette « hégémonie du capitalisme anglo-saxon » le prolétariat doit s'unir afin de ne pas se retrouver une nouvelle fois lésé par la tournure des évènements. Face à ces conséquences du Traité de Versailles, L'Humanité retranscrit régulièrement dans ses colonnes les diverses « Agitations ouvrières » qui secouent le pays. Ainsi, le parti socialiste se dresse comme rempart face à ces injustices en prenant le parti des ouvriers, des mineurs, des cheminots, des boulangers, pour ne citer qu'eux.

Après avoir posé la situation et établit que le parti socialiste était en mesure de défendre les intérêts du peuple lésé par les décisions « de la bourgeoisie internationale » (29 juin 1919), L'Humanité rapporte de quelle manière la Fédération socialiste de la Seine a décidé de « voter contre l'infâme traité de paix élaboré à Versailles » (30 juin 1919). Le journal montre pourquoi les élus doivent s'opposer au Traité de Versailles « non parce qu'il est trop sévère pour l'Allemagne [mais] parce qu'il est nuisible aux intérêts de la France elle-même ». De plus, « L'Angleterre et l'Italie se paient largement [tandis que] la France n'a rien ». Dans le même article, les contraintes imposées à l'Allemagne sont jugées trop lourdes. En effet, « enlever 130 000 vaches laitières [provoquerait] une hécatombe [pour les] enfants ». Et de conclure « ce n'est pas un traité de paix, c'est un traité de guerre ». Ainsi, le journal se fait l'écho des diverses fédérations socialistes du pays qui donnent des conseils aux élus afin d'influer sur la politique nationale.

Dans tous les cas, en plus de l'appel lancé à la démobilisation, L'Humanité tente de mettre en évidence les liens qui existent entre les différents prolétariats à travers différents pays. Ainsi, un appel est lancé dans l'édition du 3 juillet qui souhaite voir émerger une révolution allemande. Dans un article, l'Allemagne est montrée comme un futur Etat Socialiste potentiel qui « sans empereur, sans rois, sans grands-ducs, avec le suffrage universel le plus démocratique au monde (...) avec ses conseils d'ouvriers (...) [est] séparée de son passé par un abîme ». Ainsi dit, l'Allemagne semble –selon L'Humanité – avoir fait peau neuve et être en mesure de supporter une révolution prolétarienne et démocratique. Dans cette perspective, c'est naturellement que « le socialisme international est intéressé en première ligne à la consolidation de l'Allemagne révolutionnaire, démocratique et socialiste ». Tout au long de cette semaine d'analyse politique d'un évènement majeur, on entend résonner en fond la célèbre formule de Karl Marx qui clôture son Manifeste du Parti Communiste, « Prolétaires de tous les pays, unissez-vous ! ". L'anachronisme ne doit pas être fait toute fois. C'est bien l'organe du Parti Socialiste qui s'exprime ici, pas encore celui du Parti Communiste.

Regards croisés, L'Action Française face à L'Humanité (29 juin 1919)

Afin de clôturer ce dossier, nous avons fait le choix de revenir sur deux articles des deux quotidiens, tous deux parus dans l'édition du 29 juin 1919. Pour L'Action Française, l'article retenu est celui de Jacques Bainville intitulé « Dans la Galerie des Glaces » dans lequel l'auteur revient sur les accords du traité et les critique vivement en plusieurs points. Pour L'Humanité, l'article retenu est celui signé par Marcel Cachin, intitulé « Voici la paix signée, Et maintenant il faut cesser la guerre » dans lequel l'auteur ne manque pas d'afficher sa déception et son désir de poursuivre la lutte. Ces deux articles sont particulièrement intéressants car ils sont le reflet respectif de deux idéologies véhiculées par les deux quotidiens, un à tendance nationaliste, l'autre socialiste.

Evoquer l'Histoire

Dans les deux articles, Jacques Bainville et Marcel Cachin évoque tout deux l'Histoire mais de manière bien distincte. Chacun a bien conscience d'assiste là à ce qui deviendra un évènement historique, lui-même héritier d'un lourd passé. Mais cette façon de se rappeler l'Histoire et les effets recherchés sont radicalement opposés. En effet, si Jacques Bainville regarde avec nostalgie vers le passé, Marcel Cachin évoque déjà l'avenir historique des nations et des peuples. D'emblée, l'Histoire devient un outil au service de l'idéologie. L'art de savoir jouer avec le passé pour l'un, l'avenir pour l'autre, sert avant tout le présent et la défense des idées.

Ainsi, Jacques Bainville évoque dès le premier paragraphe le douloureux souvenir de 1870 et de la défaite française. La première phrase introductive de l'article est à ce propos on ne peut plus claire : « Hier, en allant à Versailles, nous tournions nos esprits vers le passé ». Marcel Cachin, quant à lui, après avoir évoqué les différents éléments qui montrent que ce traité est injuste, conclut son article avec une phrase sentencieuse pointant du doigt les acteurs malheureux de la cérémonie en écrivant « Ce n'est pas ainsi qu'ils comprennent l'avenir de la civilisation et de l'humanité ». Les références à l'Histoire ne s'arrêtent pas là. Jacques Bainville rentre dans la micro-histoire des « petites gens » traumatisés par 1870. Pour lui « Pas de jour sans qu'à la table de famille il y eut une allusion au siège, aux angoisses de l'année terrible [de 1870] ». L'auteur parle aux individus et non pas aux masses, avec un paternalisme idéologique qui ne dit pas son nom. Marcel Cachin, prend de la hauteur en préférant parler des classes sociales, des ouvriers face à la bourgeoise et de fait renoue avec cadre socio-historique plus large.

Ainsi, évoquer l'histoire devient un enjeu véritable auquel il semble naturel de se référer « à chaud », le lendemain même de la signature du traité de Versailles. Pour L'Action Française à travers la plume de Jacques Bainville, l'Histoire est source de nostalgie dans laquelle puiser afin de mieux savourer cette revanche. Se rapprocher des individus est aussi une manière de toucher le lecteur dans son intimité, en rendant les évènements les plus concrets possibles. En revanche ; pour Marcel Cachin, il faut prendre de la hauteur afin d'analyser les évènements. L'historialisation du Traité s'enracine de ce fait au sein d'un cadre géographique et social large afin de donner une impulsion nouvelle à la suite des évènements. Son regard n'est pas dirigé vers l'arrière mais bien au-devant. Ainsi deux visions de l'Histoire transparaissent au sein des deux articles choisis.

La vision des acteurs du Traité

Chacun à sa manière propose une vision des différents acteurs du Traité à travers le prisme idéologique propre à chacun. A première vue, on remarque que les acteurs ciblés ne sont pas les mêmes pour Jacques Bainville que pour Marcel Cachin. Ceci parait logique quand on connait les lignes éditoriales des deux quotidiens. Ainsi, Jacques Bainville se concentre sur la délégation allemande tandis que Marcel Cachin préfère évoquer Georges Clemenceau et plus généralement ceux qu'il désigne sous le terme de « bourgeoisie internationale ».

Ainsi, pour Jacques Bainville, les deux acteurs principaux lors de la journée de la signature du traité de paix sont Hermann Müller et le docteur Bell, membres de la délégation allemande. Müller est alors dépeint comme « social-démocrate correct comme un lord » accompagné de « Bell le catholique, d'allure modeste et provinciale ». Ce portrait dans un premier temps un brin moqueur, montre comment ces deux individus font tâches dans cette somptueuse Galerie des Glaces où trônent les fiers vainqueurs. Müller et Bell sont alors invités à signer le traiter « raides, presque automates ». Bainville poursuit en assimilant les protagonistes à des « condamnés ». Peu à peu, l'image qui se dégage de ces deux hommes est celle de deux individus qui accusent le choc, qui vivent une humiliation après la défaite.

Marcel Cachin est plus précis dans ses attaques. Le ton de l'article est davantage acerbe, les protagonistes visés font l'objet de vives critiques. Georges Clemenceau est alors présenté comme un belliciste à tout rompre pour qui « l'humanité est condamnée éternellement aux conflits entre nations ». De fait, Marcel Cachin poursuit en indiquant que « la paix à faire pour un pareil homme ne peut être logiquement inspirée que de l'idée de destruction de l'adversaire ». La seconde slave d'attaques est dirigée à l'encontre des gouvernants et de la « bourgeoisie internationale » qui « aident au renversement des deux Républiques ouvrières ». Quoi qu'il en soit, une chose est sûre, les acteurs de ce traité sont accusés de n'avoir pas pris en compte l'intérêt des peuples qui « étaient absents de la cérémonie fastueuse de la Galerie des Glaces ». Le constat est donc amer.

Le contenu du Traité de Versailles

Pour conclure, il convient d'évoquer le fond même des deux articles, à savoir l'analyse du contenu du Traité de Versailles. On peut en premier lieu constater que Jacques Bainville et Marcel Cachin sont tous deux critiques à l'égard des décisions qui furent prises lors de la cérémonie de la Galerie des Glaces. Cependant, les raisons avancées sont relativement différentes, quoi que parfois complémentaires. Ici aussi, les cibles visées et les décisions remises en question traduisent une nouvelle fois les idéologies de L'Action Française d'une part et de L'Humanité d'autre part.

Pour Jacques Bainville, les conséquences premières du Traité s'expriment de manière très concrète lorsqu'il retranscrit les paroles d'un Alsacien s'exclamant de joie « Je suis nouveau parmi vous (...) Je suis un Français retrouvé (...) Ah ! Que cette journée rachète nos souffrances et notre captivité ! ". Le retour de l'Alsace dans le giron français est ainsi une des premières conséquences heureuses contenue dans le Traité. Mais surtout, au-delà de cela, Jacques Bainville montre que le Traité, malgré l'humiliation qu'il inflige aux vaincus, ne met pas à terre l'Allemagne. Ainsi, « l'Empire allemand sort la vie sauve du grand apparat justicier de Versailles ». En effet, Jacques Bainville insiste sur l'unité du peuple allemand instauré depuis 1871 à l'initiative de Guillaume Ier et de Bismarck faisant que « l'Allemagne vaincue a retrempé son unité à sa source symbolique ». Pour Jacques Bainville, le contenu du Traité de Versailles ne comporte pas d'éléments suffisant pour réduire la puissance ennemie. Le dernier paragraphe résume cette idée lorsque l'auteur écrit que « L'unité allemande que les erreurs de la France ont faite autrefois, l'erreur des Alliés la cimente ».

Marcel Cachin montre que le problème n'est pas terminé, que le Traité de Versailles ne met pas un terme à la guerre. Pour lui « la paix est signée mais, hélas ! La guerre n'est pas terminée ! On la poursuit contre la Révolution russe, contre la Révolution hongroise ». Le Traité prend d'emblée une importance toute relative au vue de ce qui se passe ailleurs dans le monde. Marcel Cachin est clair lorsqu'il écrit « Nous ne cesserons de protester contre cette détestable politique que consacre l'acte de Versailles ». Le contenu du Traité de Versailles est donc vivement critiqué car « il assure l'hégémonie complète du capitalisme anglo-saxon (...)[et] élimine la concurrence ». De plus, avec ce traité, « les citoyens de langue anglaise dominent à cette heure l'univers tout entier ». Ainsi, les décisions prises à Versailles font en sorte que les conflits se poursuivent, assurent l'hégémonie anglo-saxon et le capitalisme mais surtout, met à l'écart les peuples qui se retrouvent totalement lésés.

Pour conclure ce dossier, nous pouvons dire que le constat général dressé par L'Action Française et par L'Humanité partage en commun son amertume. Les décisions prises lors du Traité de Versailles déçoivent les journalistes et auteurs des deux quotidiens aux idéologies pourtant distinctes. Cependant, et c'est là tout l'intérêt de la comparaison que nous avons tenté de mettre en évidence, les idées mises en avant et la manière de faire valoir ses arguments diffèrent radicalement. Pour L'Action Française le ton est virulent, les coups portés sont francs et violents. Les socialistes, les traitres, les juifs, les réseaux obscurs, les républicains, sont les premières cibles des assauts du trio partagé entre Charles Maurras, Léon Daudet et Jacques Bainville. L'Humanité mène également des attaques franches sans toutefois posséder un ton aussi violent que L'Action Française. Les analyses journalistes prennent plus de hauteur et tentent de s'enraciner dans une cadre général plus vaste que la vision étriquée d'un Maurras ou d'un Bainville. Cependant, L'Humanité organise sa propre propagande au service du parti qu'elle soutient. Quoi qu'il en soit, la signature du Traité de Versailles marque un nouveau tournant dans ce XXe siècle encore traumatisé par la guerre. Les différents articles et éditoriaux dans lesquels nous avons puisé afin d'alimenter ce dossier sont de précieux éléments d'histoire afin de comprendre à la fois le contexte intellectuel, social, politique mais aussi journalistique de ce XXe siècle encore sous le choc.

Bibliografia

  • D'ALMEIDA Fabrice et DELPORTE Christian, Histoire des médias en France de la Grande Guerre à nos jours, Flammarion, 2003
  • BAIROCH Paul, Victoires et déboires, t. III, Gallimard, 1997
  • FEYEL Gilles, La Presse en France des origines à 1944, Ellipses, 1999
  • JULLIARD Jacques et WINOCK Michel, Dictionnaire des Intellectuels français, Editions du Seuil, 2009
  • ORY Pascal et SIRINELLI Jean-François, Les intellectuels en France : De l'affaire Dreyfus à nos jours, Perrin, 2004
  • REMOND René, Le XXe siècle de 1914 à nos jours, t. III, Editions du Seuil, 2002

[1] Tous ces chiffres sont empruntés à l'ouvrage de Paul BAIROCH, Victoires et déboires III, Gallimard, 1997 (p16-35)